"IL INVENTE"!
La science fiction non è futurologia. Una risposta a Covacich
Jules Verne rilasciò nel 1903 un’intervista in cui, marcando la distanza tra sé e Wells, disse più o meno: «Mi sembra che le sue storie non poggino su basi molto scientifiche… Io impiego la fisica. Lui, lui inventa». Verne rivendicava di partire dalla fisica reale, dall’estrapolazione del possibile (il proiettile-cannone, il sommergibile), mentre rimproverava a Wells di inventare dal nulla i suoi dispositivi: la cavorite che annulla la gravità ne I primi uomini sulla Luna, la macchina del tempo, senza alcun fondamento scientifico.
Mauro Covacich compie oggi di nuovo, in un articolo su la Lettura di rara superficialità, il gesto di Verne: misurare la science fiction sul metro dell’estrapolazione plausibile, della predizione azzeccata, dell’aderenza al possibile. Puro category mistake. Verne sbagliava bersaglio con Wells, e Covacich ripete l’errore su scala di genere. La fantascienza non è mai stata futurologia mancata: il suo valore non sta nel tasso di previsioni indovinate, criterio da almanacco e non da letteratura. Le previsioni della fantascienza sono effetti indiretti, talvolta collaterali, dei capolavori del genere. La macchina del tempo non vale per la verosimiglianza del congegno ma per l’allegoria entropica degli Eloi e dei Morlock; La mano sinistra delle tenebre non «prevede» il dibattito sui generi che verrà: fa qualcosa che dura di più, mette in scena un mondo senza sesso fisso per rendere visibile ciò che diamo per natura.
Ironia della sorte: Wells «che inventa» è oggi il padre fertile del genere; Verne «che estrapola» ha datato più in fretta proprio dove era più tecnico. Misurare la letteratura sulla resa predittiva premia ciò che invecchia peggio.
Continua Covacich:
«Ci hanno raggiunto i social media, senza che nessuno ne abbia mai neanche lontanamente prefigurato la genesi. Ma prima di Facebook ci eravamo già inventati: la rete, la posta elettronica, il trasferimento di testi e immagini in tempo reale. Subito dopo sono arrivate le videocomunicazioni da una parte all’altra del pianeta tramite un piccolo telefono senza fili (…) quale autore ha previsto anche solo un pezzetto di questo?».
«Nessuno», sembra sia la risposta che si attende. Vale la pena ricordare una pagina di Bouvard et Pécuchet. Illumina su ciò che fanno davvero i grandi scrittori, compresi quelli del fantastico. Flaubert vi elenca i milioni di mortali che scoprivano la maniera di far diventare profeti i cardellini, di dare concerti senza strumenti, di comunicare tra loro per mezzo delle lumache. Di che cosa si trattava? Non di una fantasia del romanziere, ma di una vera follia del secolo, che il suo orecchio micidiale per la realtà aveva captato e archiviato. Nel 1850 un certo Jacques Toussaint Benoît e il suo divulgatore Jules Allix avevano annunciato a Parigi una macchina prodigiosa, una boussole pasilalinique sympathique, fondata sulla convinzione che due lumache, una volta accoppiate e poi divise, restino per sempre legate da un fluido simpatico, capace di influenzarsi a qualunque distanza. Bastava disporle in due apparecchi gemelli, sfruttare quella che gli inventori chiamarono commotion escargotique, e si potevano spedire, da una parte all’altra del mondo, messaggi alfabetici e istantanei. Era una truffa, naturalmente, smascherata in pochi mesi. Ma Flaubert la raccoglie e la deposita: sta inventariando la bêtise umana. Selezionando così, in mezzo al pattume delle pseudoscienze coeve, proprio la comunicazione attraverso le lumache, Flaubert fa qualcosa di più sottile di quel che Covacich pretende dagli scrittori di fantascienza. Non intercetta l’oggetto futuro: intercetta la forma del desiderio che quell’oggetto un giorno realizzerà.
La letteratura (di ogni genere, fantastico o realistico che sia) vede quello che alberga nel cuore dell’uomo, non il telegrafo o la mail. H.G. Wells non si mise a scrivere per prevedere il futuro. Nato nel Kent, figlio di un negoziante fallito, da ragazzo fu colpito dalla tubercolosi, con emorragie polmonari che gli promettevano l’invalidità o una morte precoce; si trasferì a Londra povero, malato, costretto ad abbandonare l’insegnamento. Scrisse in seguito L’uomo invisibile, proprio perché forse si era sentito un uomo invisibile. Si era trovato nella condizione di chi attraversa il mondo senza che nessuno lo veda. Non guardava avanti per indovinare nuove forme di stare nel mondo, ma guardava dentro per nominare la vulnerabilità, la solitudine, il terrore della fine. Quel celebre testo non era una profezia, ma la proiezione di una paura.
Ogni letteratura, anche quella apparentemente più distante dal reale, nasce da emozioni intime, inviolabili, umanissime.



Non ho letto l’articolo di cui parli, ma il tuo post mi è piaciuto molto. Vonnegut in Un uomo senza patria scriveva:
Sono diventato un cosiddetto scrittore di fantascienza quando qualcuno ha stabilito che ero uno scrittore di fantascienza. Non ci tenevo affatto a essere etichettato in quel modo, e mi chiedevo cosa avessi fatto di male per non vedermi riconosciuto come uno scrittore serio. Alla fine ho deciso che la mia colpa era quella di parlare di tecnologia nei miei libri.
Buongiorno, Giuseppe,
anch’io non sono in sintonia con il poco interesse di Mauro Covacich per la fantascienza, che ho sempre letto con passione. Però mi sembra che una delle (sottolineo: una delle) caratteristiche della fantascienza sia stata e continui a essere anche (sottolineo: anche) la sua “vocazione predittiva”.
Giusto per fare un esempio, incollo qui la quarta di copertina di un numero di Urania dell’estate 2025, intitolato “Tecnologie del futuro”, che presi in edicola e trovai molto interessante.
«TECNOLOGIE DEL FUTURO
Cosa succede quando un autore di fantascienza si lascia ispirare dalle idee di uno scienziato? Se lo è chiesto il curatore di questa antologia tutta italiana, Marco Passarello, parlando con tredici scienziati dell'Istituto Italiano di Tecnologia per poi proporre gli argomenti emersi dalle sue interviste ad altrettanti autori del panorama fantascientifico del nostro paese. Dalla robotica alla conservazione dei beni culturali, vi presentiamo un'antologia che spazia dai temi classici della fantascienza all'elettronica stampata e commestibile, affidati alla penna di autori che non hanno esitato a cogliere la sfida. Quindi mettetevi comodi e benvenuti nelle scoperte del prossimo futuro.»
Se diamo addosso a Mauro Covacich, dovremmo farlo anche con i redattori di Urania, non ti pare?