Opera totale
L'invettiva di Schmidt contro gli scrittori-sacerdoti
È un bel paradosso, dice bene J. Elkins, l'invettiva di Arno Schmidt contro gli “scrittori‑sacerdoti” che accusava di sognare anziché documentarsi, inventare quando avrebbero dovuto osservare, giocare con la fantasia quando avrebbero dovuto lavorare alla struttura; un paradosso che richiama da vicino le vecchie invettive di Flaubert contro i “déclamateurs” e i “lyriques”, quegli autori che scambiano l’intensità emotiva per rigore di forma, mentre lui si chiude a Croisset a limare la frase come un monaco della sintassi. È un paradosso perché poi Schmidt fece qualcosa di molto simile con il suo libro‑capolavoro (per certi versi illeggibile) “Zettel’s Traum”, dove, nonostante l’elaborazione di 60 mila schede, il controllo strutturale andò a farsi benedire. Una vera abdicazione al controllo. L’idea di opera‑totale, qui, varrebbe come giustificazione: come se l’ambizione enciclopedica bastasse da sola a trasformare la dispersione in progetto e la digressione in sistema.
Un’accusa di questo sacerdozio si potrebbe rivolgere, leggendo la "Settologia", anche a Jon Fosse. Se non altro per una certa insistenza rituale che occupa le pagine oltre qualsiasi necessità formale. La ripetizione, che in Beckett era ad esempio usata come strumento di erosione del senso e non come semplice trance devota, in Fosse tende a dilatarsi fino a diventare atmosfera, clima spirituale, e quindi, di nuovo, una sorta di auto‑legittimazione, a tratti estetizzante. È curioso, e in fondo contraddittorio e in parte rivelatore, che scelga di pubblicare in trilogie o settologie, con volumi pubblicati di anno in anno, quando la sua scrittura esige un’immersione continua, senza soglie. La partizione editoriale reintroduce dall’esterno quella forma che il testo, dall’interno, tende costantemente a sospendere. La critica più apologetica definisce i suoi libri percorsi iniziatici centrati sul dubbio, dove l’oscillare della fede, dell’identità, del destino sono un movimento spirituale di per sé garante della forma. Non si tratta soltanto del vecchio automatismo romantico per cui alla profondità dell’anima dovrebbe corrispondere automaticamente la profondità dell’opera: è piuttosto l’eredità di una costellazione teorica, da Schlegel a Novalis, fino a certi epigoni del misticismo tedesco, che ha fatto dell’“abisso interiore” una sorta di garanzia ontologica di valore estetico. Limando un po’ di più e non perdendosi nei meandri della fantasticheria (si pensi a scene dilatate fino all’estenuazione, come quella dei due bambini sull’altalena, dove lo spaesamento si trasforma in semplice rarefazione), quei sette libri sarebbero diventati quantomeno un dittico. È interessante, a questo proposito, l'esperimento condotto con "Vaim" (ancora in corso di pubblicazione).
Un altro scrittore-sacerdote potrebbe essere, in Italia, Moresco - i suoi trascorsi in seminario sono indicativi - ma lui è singolare, ogni tanto fa lo spretato: è il caso de “La lucina”, de “La cipolla”, “Fiaba d’amore” ecc. libretti smilzi, concentrati, che comprimono la tensione metafisica in una struttura più classica, salvo poi bussare subito al convento ed essere riaccolto.
Lo “scrittore‑sacerdote” non è quindi colui che rinuncia alla struttura, ma chi talvolta vuole bypassarla (limite umano) con l’intensità della sua esperienza (mistica, visionaria, ossessiva) che da sola poi, va da sé, dovrebbe giustificare la forma.
Il problema è però che questo riguarda non solo i testi degli scrittori ma anche la loro ricezione critica: non esiste, per esempio, qualche lettura di Fosse (almeno io non ne ho trovate) senza qualche accenno alla sua religiosità, come se questa da sola bastasse a conferirgli forza e legittimità. È una forma di sacerdozio riflesso: il critico‑parroco che, invece di interrogare le scelte di composizione, invoca la biografia spirituale dell’autore, un po’ come certa critica esistenzialista leggeva ogni pagina di Dostoevskij come puro documento teologico, trascurando la costruzione scenica, i montaggi di punti di vista, il lavoro sui generi. In questo senso, lo “scrittore‑sacerdote” chiama spesso in vita il suo doppio, il “critico‑sacerdote”: entrambi convinti che basti nominare l’abisso (Dio, la follia, il trauma, la grazia) perché la forma, come per miracolo, risulti automaticamente assolta.

