Tu quoque, Olga!
riflessioni sulla falsa dicotomia tra "menti letterarie" e "pensiero ristretto degli accademici"
Mi hanno colpito le parole di Olga Tokarczuk, perché non mi aspettavo affermazioni del genere, non da lei. Non per il discorso sull’intelligenza artificiale e sul suo uso in ambito creativo, quanto per la distinzione che la scrittrice fa in questo passaggio del suo intervento a Poznań:
“Contrariamente ai timori generali, credo che noi scrittori, data la natura specifica del nostro mestiere, saremo i più rapidi e incisivi nell’interagire con strumenti come l’IA. Le nostre menti letterarie funzionano in modo completamente diverso dalle altre, perché il nostro lavoro si basa su una vastissima rete di associazioni fra fatti eterogenei, che è estremamente diversa dal pensiero ristretto degli accademici.”
Da un lato le “menti letterarie”, capaci di associazioni ampie e laterali; dall’altro il “pensiero ristretto degli accademici”. Le grandi dicotomia che costituisce il vizio ricorrente del pensiero intellettuale.
L’idea che il pensiero per associazioni ampie e laterali sia esclusivo degli scrittori ignora secoli di filosofia della scienza. Poincaré descriveva la scoperta matematica come un processo notturno, inconscio, fatto di combinazioni che si formano da sole e che vengono poi riconosciute come belle prima ancora di essere dimostrate vere. Kuhn mostrò che i cambi di paradigma non avvengono per accumulo lineare di dati, ma per una conversione quasi-estetica della visione. Feyerabend sostenne che il progresso scientifico richiede controinduzioni, violazioni deliberate delle regole, come fa il poeta quando rompe la sintassi. La riflessione epistemologica cioè ha documentato con precisione come l’intuizione associativa, il salto analogico, la metafora strutturale siano centrali nella ricerca scientifica e non suoi ornamenti tollerati. Sono i suoi meccanismi costitutivi. Un matematico, un fisico teorico, un antropologo lavorano per analogie e immaginazioni esattamente come uno scrittore. Che lo facciano in un contesto soggetto a verifica e falsificazione non impoverisce il loro processo cognitivo-creativo.
C’è però qualcosa di più antico in quella distinzione. La rivendicazione di una specificità cognitiva esclusiva per l'artista - un pensiero più libero dai vincoli disciplinari, più capace di associazioni laterali - è un topos romantico con una storia lunga. Non implica necessariamente una superiorità, ma costruisce comunque una gerarchia funzionale: c'è chi pensa per connessioni aperte, e chi è "ristretto" dalla propria disciplina. Paolo Rossi, in quel prezioso libro che è Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, lo documenta nel solco di una tradizione ermetica e neoplatonica che costruiva un sapere a doppio livello: quello profano, accessibile ai molti, e quello sacro, riservato agli eletti capaci di pensare “l’essenza”. In quella tradizione, solo poche menti (i tre volte uomini, i philosophi) potevano accedere a una conoscenza autentica, mentre la massa degli indotti era condannata all’illusione. Quando Tokarczuk parla di “menti letterarie” che “funzionano in modo completamente diverso”, fa risuonare, probabilmente senza volerlo, questa stessa struttura retorica. Quella stessa struttura, invertita, produce il pregiudizio speculare: quello degli scienziati che considerano la letteratura un’attività ornamentale, non rigorosa. C.P. Snow lo aveva già descritto nel 1959, parlando delle “due culture”. Proprio gli strumenti digitali e l’IA stanno mostrando che le operazioni di associazione, analogia, ricombinazione creativa non appartengono a nessun dominio disciplinare, né alla letteratura né alla scienza, ma sono trasversali a qualunque pensiero in movimento.
Ritorno a Rossi: “varietà, instabilità e discordanze costituiscono la fisiologia e non la patologia del mondo delle idee.” Non una patologia da correggere con una partizione che rimette ordine, ma la condizione normale, sana, del sapere che funziona. Il pensiero creativo, in questa prospettiva, non è un tipo di mente: è una pratica che attraversa e mescola i domini, che non conosce frontiere disciplinari, che esiste proprio nelle zone di contatto e di ibridazione, le stesse zone che Tokarczuk percorre nei suoi romanzi, dove biologia, storia, mitologia e filosofia si intrecciano senza gerarchia. Empusium, per fare l’esempio più recente suo che ho letto, è un libro che pensa per associazioni analogiche attraverso la scienza dell’ottocento, il folklore, la medicina, la filosofia della morte. Olga, mi hai stupito, e sicuramente ho frainteso quello che volevi dire.


(non avevo letto la sua
considerazione, ma mi trovi totalmente d’accordo)