Salviamo il backstage
Sul caso del minivan dello Strega
Ogni vita sociale, scriveva Goffman in un celebre saggio, si svolge su due piani.
C’è la ribalta, on stage: lo spazio pubblico dove ci si mostra, dove si tiene la maschera che il ruolo esige, il palco, l’intervista, la sala; e c’è il retroscena, il backstage: il dietro le quinte, inaccessibile al pubblico, dove la maschera invece si toglie, dove si impreca, si sparla di chi un minuto prima si applaudiva. Il retroscena non è il luogo della verità contro la finzione della ribalta. Non è che “in privato” le persone siano finalmente vere o sé stesse – nessuno è mai realmente sé stesso, come in quel racconto jamesiano, La vita privata, dove l’uomo tutto sociale, quando resta solo, di colpo non esiste più, scompare come un fantasma. Il retroscena, più modestamente, è il posto dove ci si ricarica per reggere la ribalta. La vita civile non si basa sul fatto che le persone pensino sempre cose nobili. Si regge su una soglia, quella tra ciò che si mostra e ciò che ci si concede dietro le quinte, e cancellarla non rende più sinceri, rende permanentemente on stage, cioè permanentemente sorvegliati.
Il minivan del tour Strega dove sarebbe stata pronunciata quella frase sessista è retroscena? Se lo stanno chiedendo in tanti.
Premetto che quello che descriverò, semplificando, è la cornice sociologica, nessun tentativo di assolvere o minimizzare lo sgradevole contenuto: ricondurre la parola di una donna al suo corpo, spiegare il suo pensiero con un risentimento estetico...È il dispositivo per cui la militanza femminile diventa rivalsa di chi “non è bella”. Su questo non c’è cornice sociologica che attenui: spiegare perché certe cose si dicono nel retroscena non le rende meno sessiste o sgradevoli. Anzi, il sessismo è proprio una delle cose che il retroscena permette di dire impunemente.
Tornando alla domanda, rispetto al pubblico esterno (lettori, votanti, stampa…) potremmo dire di sì: quel minivan è un dietro le quinte. Ma dentro quel furgone Michele Mari non era solo. I suoi compagni di viaggio erano della stessa confraternita, ma anche concorrenti per lo stesso premio. Lo stesso furgone, insomma, è retroscena per chi guarda da fuori e una piccola ribalta per chi ci sta dentro. È questa ambivalenza a contare, perché distribuisce le responsabilità su gradini diversi.
La discussione che ne è seguita si è disposta lungo un’unica frattura, fittizia. Da un lato la natura privata dello scambio, invocata per sottrarlo a ogni giudizio; dall’altro l’obiezione che un furgone affollato di colleghi non è la propria stanza, e che la frase apparteneva perciò al pubblico. Ma le due tesi, avversarie solo in apparenza, condividono lo stesso presupposto, ossia che a stabilire la liceità sia la collocazione fisica dell’atto. È il presupposto a essere ingenuo. La filosofia morale non ha mai distinto il lecito dall’illecito in base a dove un atto avveniva, ma in base a cosa l’atto era: e separava con cura il forum internum, il dominio della coscienza, da cui nessun potere temporale può esigere conto, dal forum externum, l’atto che entra nel mondo e vi produce effetti. Kant ne fece il confine stesso del diritto: lo Stato governa le azioni esterne, non le massime interiori. Ora, una frase pronunciata ad alta voce davanti a quattro o cinque persone non abita più il foro interno, è già azione, è già nel mondo. Chi la difende come “pensiero privato” è in errore: non era un pensiero, era un atto. Ma sbaglia anche chi la tratta come dichiarazione pubblica, perché tra il foro interno e la piazza non c’è un muro, c’è un gradiente. La pubblicità di un’enunciazione non è una soglia binaria (dentro o fuori) ma una quantità: cresce col numero dei testimoni, con la loro estraneità, con la trascrivibilità delle parole. Quattro colleghi in un furgone e una pagina di giornale stanno agli estremi opposti di questa scala. Il giustizialismo la cancella, e tratta ogni punto della scala come se fosse l’ultimo.
Se ha parlato in quel modo, oltre a pronunciare una frase censurabile, Mari ha compiuto quindi un errore di scena: ha scambiato per alleati dei presenti che erano insieme colleghi e “rivali”, per di più legati a Murgia. In altri termini, ha letto male la situazione, e questo indebolisce la sua difesa: il furgone non era lo spazio “privato” che egli invoca, perché era abitato da concorrenti, dunque da potenziali controparti. La reazione immediata di Ciabatti rientra nel gioco tra pari ed è del tutto legittima; il trasferimento alla stampa, invece, cambia regime, ed è moralmente altrettanto rilevante, se non di più.
Non sappiamo per quali vie quella frase sia uscita dal furgone, né chi l’abbia veicolata: le cronache non lo chiariscono. Prendiamo pertanto la dinamica. Quel passaggio non è pettegolezzo: il pettegolezzo resta nell’economia orale del gruppo e si consuma lì. È delazione. L’intemperanza è un atto caldo: situato, impulsivo, legato a un contesto che ne modula il senso; tono, gesto, circostanza. La delazione è un atto freddo: estrae l’enunciato dal suo contesto, lo priva delle attenuanti, lo ricodifica come capo d’imputazione e lo consegna a un tribunale assente, che lo riceve nella sua forma più nuda. Qui si produce un’asimmetria decisiva: si porta sulla scena pubblica ciò che l’altro credeva confinato nel retroscena, mentre si resta protetti da quella stessa soglia che all’altro è stata negata. È una dinamica quasi kafkiana: il passaggio, impercettibile ma irreversibile, da una parola storta a un procedimento; dalla frase al caso.
La domanda-tornasole, quella che separa la delazione dalla testimonianza doverosa, è una sola: il danno preesisteva al riferire, o è il riferire a produrlo? La distinzione è antica quanto il diritto, che da sempre separa la colpa dell’atto dalla sua offensività: un gesto può essere moralmente riprovevole e tuttavia restare inerte, privo di effetti nel mondo, finché qualcosa non lo immette nel mondo. Se nel furgone qualcuno avesse confessato un reato, riferirlo sarebbe stato testimonianza, perché il torto, una vittima reale, un danno già consumato, sarebbe esistito prima e indipendentemente dalle parole che lo denunciano. Lì la rivelazione scopre un male che c’era. Finché la frase è rimasta nel furgone, la sua colpa morale era intera: una frase sessista è sessista nell’istante in cui la si pronuncia, non quando finisce sul giornale. Ma una colpa non è ancora un danno pubblico. Tra il momento in cui un torto esiste come colpa e quello in cui diventa offesa conclamata, ferita inferta a una reputazione, caso, corre una distanza: ed è la pubblicazione a percorrerla. La frase era colpevole nel furgone; è diventata dannosa fuori. Non sto dicendo che “il backstage è sempre intoccabile”, ma che il backstage si viola quando l’esposizione interrompe un danno in corso e sottrae una vittima a un potere. E non mi sembra questo il caso. È un criterio di stampo quasi giuridico: invoca uno stato di necessità, il soccorso.
Il danno, alla memoria di Murgia, al decoro del premio, alla pace dell’edizione, non è stato trovato dalla pubblicazione, è stato fatto da essa. È il punto che J.L. Austin chiamerebbe performativo: rendere pubblica quella frase non descrive un’offesa già avvenuta, in qualche modo la compie. E qui sta la differenza morale tra rivelare e esporre, che Thomas Nagel ha messo al centro della convivenza civile (Concealment and Exposure, 2002): non tutto ciò che è nascosto è nascosto perché colpevole, e non tutto ciò che si porta alla luce era una verità in attesa di emergere. Alcune cose, esposte, non diventano più vere, diventano soltanto più dannose. La riservatezza che le copriva era, più che complicità, la condizione perché potessimo essere meschini senza per questo essere processati.
Si dirà che è un prezzo accettabile, che meglio una società che non perdona nulla di una che perdona troppo, ma questo è un calcolo miope. Quando un retroscena finisce in piazza, non scompare la cattiveria, scompare la confidenza. Le persone non smettono di pensare cose ingiuste. Imparano a non dirle a nessuno. Il risultato non è una società più giusta, è una società più sola e più sorvegliata, dove non è lo Stato a spiare dall’alto ma i pari a controllarsi a vicenda.
Tutto questo regge, di norma, perché esiste una forma minima di pietà sociale: il tatto. Il pubblico lo esercita: non vede l’incidente, accetta la scusa, copre la papera. Senza questa disponibilità reciproca a non vedere, ogni interazione crollerebbe al primo passo falso; è la pietra che nel Vangelo nessuno, alla fine, scaglia. In condizioni normali, una frase del genere sarebbe stata contestata lì dove è caduta (ed è giusto che lo fosse, come ha fatto Ciabatti sul momento) senza per questo diventare un caso nazionale. Non perché vada coperta: perché esiste una differenza tra il riprovarla e il trasformarla in processo. Il tatto sociale è il senso della proporzione, non è omertà. È la capacità di tenere un torto alla sua misura invece di gonfiarlo fino a farne un rito. Qui la proporzione è saltata, e lo si vede persino nelle scuse di Mari: quel “mi scuso ma non confermo” è la formula con cui si rientra da un passo falso senza ammetterlo, una via d’uscita che funziona solo se l’altro la concede. Ma il pubblico mediatico non la concede: pretende l’ammissione piena, l’espiazione integrale. E una volta che l’intemperanza è diventata scena, non c’è più ritirata: nel retroscena non si torna.
Una cultura adulta saprebbe tenere insieme tre verità: che un’opinione possa essere spregevole; che il suo autore non vada per questo annientato; che una società sana protegge anche le proprie meschinità dal pubblico ludibrio. L’esigenza di un verdetto unico, totale, immediato, dice qualcosa di noi. Una frase di quel tipo va criticata e osteggiata; il sistema che la trasforma in rituale di espiazione collettiva, con un solo colpevole esposto, va criticato e osteggiato ancora di più.
Michela Murgia (1972 – 2023)



Ho apprezzato molto il modo in cui questa riflessione riporta complessità dove ormai sembrano ammesse solo reazioni immediate. Da sociologa ho trovato particolarmente fecondo il richiamo a Goffman, perché consente di leggere la vicenda non come una contrapposizione tra innocenza e colpa, privato e pubblico, ma come una configurazione sociale molto più articolata. È un tipo di ragionamento che oggi si incontra sempre più raramente.
Bellissima riflessione!